Posted: ottobre 5th, 2004 | Author: Antonio | Filed under: Subconscio | Commenti disabilitati
Simone uscì di casa quando le campane già suonavano le nove di sera. Era uno dei primi sabato di ottobre, ma le serate riuscivano ancora a essere tiepide, soprattutto perché il cielo era velato. Si incamminò con passo spedito verso la strada ai lati del giardino, e mentre un vento leggero gli scompigliava i capelli si domandò se fosse proprio sicuro di cominciare questa impresa.
Quella sera era diretto a casa della madre, ma questa volta, a differenza di molte altre, non si trattava di una visita di cortesia. Voleva andare a discutere (ed era pronto a farlo animatamente) del torto che aveva subito la sera prima per colpa, a suo dire, di genitori e parenti, situazione questa che lo aveva ridotto in lacrime per un pomeriggio intero.
Da ore stava riflettendo sul da farsi e più volte si era trovato sul punto di prendere la macchina e andare a chiarire la situazione, ma d’altro canto non voleva che l’ira provata in quel momento lo spronasse a dire cose che non pensava, magari facendo passare in secondo piano quello che più gli stava a cuore. Decise allora di adottare un compromesso: sarebbe sì andato dalla madre, ma non in macchina: a piedi.
La casa distava circa dieci chilometri da quella di Simone e camminando di buon passo pensò che avrebbe dovuto impiegarci meno di due ore. In realtà non lo preoccupava la distanza da percorrere (dopotutto viveva in montagna, e amava le escursioni) quanto piuttosto alcuni tratti del percorso che sapeva essere al buio o su strade strette. Ma era troppo tardi per tornare indietro e il tempo trascorso gli avrebbe consentito (se mai ce ne fosse stato bisogno) di ripassare ancora una volta quello che voleva dire.
Il discorso che voleva rivolgere alla madre riguardava inizialmente solo il fatto più recente, quello del giorno prima, ma con il trascorrere dei minuti si rese conto che in realtà da tempo covava un rancore più profondo, di cui quest’ultimo avvenimento era solo la conferma.
Simone infatti non aveva mai perdonato ai genitori i loro comportamenti quando, adolescente, gli impedivano di frequentare con regolarità gli amici per colpa della troppa apprensione. Viste le insistenze di padre e madre Simone cominciò a richiudersi su se stesso e a cercare nella musica e i videogiochi quello che non riusciva ad avere nei normali rapporti con i coetanei.
A distanza di molti anni Simone è convinto di portarsi ancora appresso questo peso, tanto da trovare sempre molte difficoltà nel confrontarsi con gli altri. Da qualche mese aveva però trovato un obiettivo che gli rendeva più sopportabili le rinunce a cui era sottoposto ogni settimana. Ma anche questa volta sarebbero intervenuti i genitori, vanificando una volta per tutte gli sforzi compiuti.
Nella sua camminata Simone ebbe modo di vivere la sua città come probabilmente non era mai riuscito a fare: si accorse dei rospi che popolano i marcipiedi, notò il tanfo del fumo che usciva dai bar del suo paese, registrò il rumore del fiume sotto i ponti e il profumo delle erbe aromatiche proveniente dagli orti. Riuscì a superare senza tanti problemi i punti critici del percorso poiché il traffico a quell’ora era quasi del tutto scemato e la linea bianca a lato della strada lo accompagnava verso il suo viaggio.
Più di una volta cercò la luna perché lo aiutasse a rischiarare la strada, ma la velatura del cielo di quella notte la rendeva smorta al pari di un neon prossimo alla fine, con qualche nube che le copriva la fronte come un ciuffo di capelli spettinato.
Arrivò infine davanti a casa, e prima di inserire la chiave nella serratura si sedette qualche minuto sulla sedia in giardino. Nel salire le scale decise di non accendere la luce e il pensierò volò a quando, parecchio tempo prima, era solito comportarsi allo stesso modo dopo una lunga serata passata in discoteca, per non disturbare nessuno. Appena aprì la porta del piano scorse la figura della madre, che dormiva con la luce accesa e la porta quasi completamente spalancata.
E a questo punto gli fu tutto chiaro.
Capì che non avrebbe mai svegliato sua madre per parlarle di quello che da tanto tempo voleva dirle, che non la avrebbe mai destata dal sogno per lamentarsi di situazioni ormai irrisolvibili.
Ma si rese anche conto che aveva in parte perso la stima che nutriva per i propri genitori, che aveva sperato complici del desiderio ormai svanito. Probabilmente si aspettava anche di trovare la madre sveglia, dopo quello di cui la incolpava, ma in fin dei conti capì che tutto il viaggio era stato inutile fin dal principio: qualsiasi risposta non avrebbe cambiato l’opinione costruita in questi anni.
Decise allora di entrare in cucina per bere un bicchiere d’acqua e dopo un veloce sguardo all’orologio sulla parete si accorse che era ormai tempo di rientrare. Fuori la temperatura era scesa di qualche grado e sebbene le gambe cominciassero a dolergli decise di accelerare un poco il passo.
Non riusciva del tutto a valutare le sue emozioni in quei momenti, ma aveva capito che si trovava ad affrontare una nuova fase delle sua vita, un po’ più solo di quello che pensasse.
E quando era ormai ritornato al punto di partenza, e già vedeva le luci della sua casa in lontananza, decise di annotare i pensieri nati in una delle notti che non avrebbe dimenticato.
Posted: ottobre 2nd, 2004 | Author: Antonio | Filed under: Subconscio | Commenti disabilitati
Cari nonni, non sono riuscito probabilmente nell’unica cosa a cui tenevate davvero (e a cui, da qualche anno, tenevo anche io).
A fare quello che voi avete chiesto ci avrei guadagnato per primo io, questo è chiaro.
Ed è per questo motivo che mi sento doppiamente sconfitto.
Non so che facce abbiate fatto voi da lassù, questo pomeriggio, nel vedere una persona così fragile imprecare con le lacrime agli occhi (sono sicuro che mi vedevate), ma non ne vado molto fiero.
Oggi non è andato in porto il primo vero sogno che ho da quando sono nato, è quasi una data da segnare in nero sul calendario.
E pensare che quando ero ragazzino neppure mi preoccupavo di capire la bellezza e la particolarità del tesoro che ci avete chiesto (oserei dire supplicato) di conservare.
Ma tutto ciò non è stato possibile: per colpa mia, ma soprattutto (e qui la cosa mi ferisce in profondo), per colpa dei parenti più cari.
Oggi ho davvero capito (dopo averlo letto diverse volte) che si vive solo per se stessi, che gli affetti, gli amori e le amicizie sono invenzioni per cercare di rimanere meno soli. Quando ci aspettiamo che questi ci capiscano, e non lo fanno, si amplifica la solitudine che ci portiamo dentro.
Ma l’unica cosa che voglio ancora fare è scusarmi con voi, tante e tante volte, perché dal mio fallimento è venuta meno una vostra richiesta.
Anche se non ve l’ho dimostrato mentre eravate ancora qui con noi, vi ho voluto bene e vi ammiro per quello che siete riusciti a creare.
Ci vediamo tra qualche anno lassù (o forse no, visto il record di bestemmie di oggi).
A presto,
Antonio
Posted: ottobre 1st, 2004 | Author: Antonio | Filed under: Tecnicaglie | 2 Comments »
Sapete quando una persona commenta gli interventi del vostro weblog?
Non quando si ritrova in quello che dite, non quando è convinto che dispensiate sciocchezze: quando offrite degli inviti per Gmail.
Allora, improvvisamente, la gente esce dalla nebbia e fa l’incommensurabile sforzo di compilare il form.
Io ho ancora tre inviti, ma se proprio non so a chi darli li lascio marcire.