Posted: agosto 29th, 2003 | Author: Antonio | Filed under: Subconscio | No Comments »
Da mio padre ho ereditato quasi tutto: il profilo del viso, i movimenti, la bocca troppo piccola per accontentare tutti i denti, la suscettibilità.
Da mia madre ho preso una sola cosa, gli occhi. Non il colore, ma la passione di guardare e osservare tutto quello che c’è attorno senza stancarsi mai. La voglia di impiegare ogni frazione del tempo libero per visitare luoghi diversi, magari non sempre nuovi, senza disprezzare quelli vicini rispetto alle mete lontane, con la curiosità di capire cosa succede al di là della porta di casa.
Mia madre non si è però quasi mai spostata e tutto quello che le sarebbe piaciuto vedere è, nella maggior parte dei casi, rimasto un desiderio. Colpa di una vita donata interamente alla famiglia, di alcune importanti digrazie familiari, di un marito che non condivide lo stesso interesse, e probabilmente dell’essere nati negli anni ’30 da una famiglia di contadini.
Capita allora che, dopo il bacio sulle scale come augurio per un viaggio senza di lei, mi senta sussurrare all’orecchio, con un po’ di timidezza: “Guarda anche per me”. Allora capisco che posso cercare di trasmetterle, al ritorno, qualche cosa che forse la può far uscire per qualche minuto dalle pareti domestiche, non come se fosse stata con noi, quello no, ma che le faccia capire cosa succede al di là. E quando sono in riva al mare, appena uscito da un rifugio, o tra le vie di una città, in quei momenti non ci sono solo i miei occhi a guardare, ma anche gli occhi di mia madre.
Posted: agosto 17th, 2003 | Author: Antonio | Filed under: Girovagando | No Comments »
Gli amici turisti che vengono a trovarmi a Belluno vedendo in me una possibile ed entusiasta guida per Venezia, capiscono presto di aver sbagliato persona.
In effetti, ogni volta che ritorno dal capoluogo veneto non sono mai soddisfatto di quello che ci sono andato a fare. C’è qualcosa che sarebbe potuta andare meglio, ci sono le solite critiche a una città snob popolata da gente tutt’altro che affabile e simpatica, ma piuttosto votata al culto dell’inculata nei confronti del turista, oltre che del vicino in terraferma; siamo di fronte a complici di un’omertà sospesa sull’acqua del Canal Grande. Persone che per quanto mi sforzi non riesco a farmi piacere in alcun modo.
A migliorare le cose non ci ha probabilmente aiutato la Biennale d’arte, che ha presentato poche novità, e invece un buon numero di idee obsolete e di cui perfino il vostro caro pulpito era al corrente, fate un po’ voi.
Di Venezia, l’unico ricordo che mi porto sin da quando, ormai vent’anni fa, andavo a trovare mio fratello all’ospedale sul Lido, è l’inconfondibile olezzo di marcio che riempie i canali. Non sono mai riuscito ad abituarmi, e ogni volta passano due-tre giorni prima che riesca a dimenticarlo, a togliermelo dalla testa.
Mi ricordo che all’epoca, si parla di quando non avevo neppure 10 anni, ero appassionato di segnaletica stradale. Hobby un po’ particolare, è vero, e assecondato da fratelli e cugini, i quali molto gentilmente mi regalavano i libretti dei quiz della patente, una volta superato l’allora (e forse ancora) ridicolo esame.
Non mi separavo mai dai miei libri con i segnali stradali, e capitava che anche in occasione delle visite estive a mio fratello portassi con me una (per me enorme) borsa con tutto il mio prezioso materiale. A pensarci adesso, quasi un controsenso: segnali stradali in una città in cui non circolano le automobili.
Una volta, mentre aspettavamo il vaporetto, devo avere inavvertitamente appoggiato la borsa da qualche parte, e me ne sono dimenticato. La conclusione è ovvia, come ovvio è il risultato della missione di mio padre, tornato alla stazione per vedere se riusciva a trovarla ancora.
Da allora non ho mai più avuto occasione di prendere il vaporetto, fino a qualche giorno fa. E il mio ricordo è tornato a quella borsa dei segnali stradali, quello che all’epoca era il mio tesoro, per me sicuramente più prezioso della Pala d’Oro, e mi sono rattristato.
Posted: agosto 6th, 2003 | Author: Antonio | Filed under: Girovagando | 1 Comment »
La scorsa afosa domenica il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi ha organizzato un interessante evento al lago del Mis. Marco Paolini si è esibito insieme ai Mercanti di Liquore in un concerto variabile.
Variabile perché le canzoni e le musiche erano integrate in uno spettacolo ricco di poesie e racconti di guerra, popoli di montagna e acqua. Già…acqua. L’acqua che manca al lago del Mis, teatro dell’esibizione, ridotto ormai ad uno stagno. L’accesso alla zona dell’evento è stato interdetto alle automobili: erano ammesse solo le navette e le biciclette. E anche questa bella idea ha partecipato a rendere l’iniziativa ancora piu’ particolare.
Nel presentare l’evento, il presidente del parco Valter Bonan ha espresso tutta la sua amezza verso le prossime iniziative del Wto e della Banca Mondiale, che mirano a privatizzare il mercato dell’acqua. Una scelta miope, secondo Bonan, che come al solito premia chi ha soldi, e quindi potere. Per una risorsa fondamentale come l’acqua, non è questa la strada da percorrere. Proprio per questo chi ha partecipato al concerto ha avuto la possibilità di sponsorizzare con le proprie donazioni due iniziative legate al tema dell’acqua, una che coinvolge una frazione a Gosaldo, e una per il Brasile.
Come al solito molto bello lo spettacolo di Paolini, che diverte ma che sprona più volte all’azione: siamo noi a decidere per il nostro futuro, non gli altri. E forse da questo nasce anche l’unica critica che mi va di rivolgergli: parlare è facile.
Posted: agosto 5th, 2003 | Author: Antonio | Filed under: Tecnicaglie | 2 Comments »
Da 3 anni, nel tempo perso, mi occupo di recensire manuali di programmazione, con particolare riguardo al mondo del web. Ne ricevo di inglesi, ma soprattutto di italiani, visto che il sito per cui scrivo principalmente, Mytech, ritiene (probabilmente giustamente) che siano da prediligere questi ultimi.
La differenza tra i testi in lingua inglese e quelli in lingua italiana non è però, purtroppo, data solo dalla lingua. Capisco che i budget di cui dispone chi utilizza una lingua esportabile in tutto il mondo siano decine di volte superiore a quelli delle nostre case editrici, però ogni volta mi meraviglio dal basso livello dei nostri testi.
Un testo italiano ha queste caratteristiche:
- difficilmente porta idee nuove, molto più facile che l’autore abbia scopiazzato un po’ qua un po’ là nella bibliografia americana, forse pensando che nessuno se ne accorga. Molte volte i testi sono una trasposizione italianizzata di un pensiero che proviene da oltre oceano
- è realizzato senza il minimo lavoro di revisione tecnica: capitoli scollegati tra loro, errori madornali nei contenuti, argomenti obsoleti. Ho l’impressione che il libro vada in stampa il giorno stesso in cui l’autore l’ha consegnato
- include, quando va bene, una bibliografia ridotta all’osso, essenziale. Peccato, visto che la bibliografia è di solito il primo posto in cui cercare approfondimenti su quello che si è appena letto. Rari anche i link ad altre risorse
- l’impaginazione, il tipo di carta, la copertina, l’indice sono schifosi
Non va meglio con le traduzioni dei libri inglesi, forse affidati a chi normalmente traduce romanzi o gialli. In più di un’occasione, benché non sappia perfettamente l’inglese, sono dovuto passare dalla versione italiana a quella originale del testo.
Una cosa accomuna i diversi testi italiani e inglesi: l’inutile sito di approfondimento collegato al testo. Sito di 4 pagine, che ospita, ben evidenziato, il libro per acquistare la versione cartacea, alcuni insulsi estratti dal testo, una errata corrige, e basta. Basta, anche se nell’introduzione al testo vi avranno raccontato che il sito era un’estensione del manuale che sarebbe stata aggiornata una volta al giorno con articoli originalissimi e risorse di approfondimento. Su 100 manuali, 1 tiene fede a queste promesse. Probabilmente l’autore del manuale, capito che non farà i miliardi vendendo il suo libro, è impegnato a lavorare per pagarsi l’affitto.
Sono poi dispiaciuto nel constatare il numero di autori italiani che passa il proprio tempo, sui loro siti (alcuni amatoriali) a tradurre in italiano specifiche o siti inglesi, perché
- la traduzione di documenti tecnici arriva sempre troppo in ritardo, e raramente viene aggiornata quando esce una nuova versione dell’originale
- molte volte il livello della traduzione è orribile
- l’autore che ha tradotto il pezzo conosce l’argomento che traduce. Perché non cercare di scrivere qualcosa di originale, invece di perdere tempo con le traduzioni, accidenti?
Personalmente mi è capitato in un paio di occasione di tradurre dall’inglese, ma ho prediletto diagrammi e schemi, semplici da aggiornare e da tenere sott’occhio.
Non vorrei passare per quello che ama tutto ciò che è in inglese, solo perché fa figo. Il contrario: porca miseria, ma non riusciamo a fare qualcosa anche noi invece di scopiazzare le loro idee e tradurre i testi come scemi? Fate imparate l’inglese, invece di tradurlo!